Oggi, al posto della solita presentazione della partita, propongo due paragoni con due annate del passato rossonero: la stagione 1997-98 e quella 2012-2013. Entrambi possono, per alcuni versi, adattarsi alla situazione attuale del Milan, fermo restando il fatto che ogni situazione fa storia a sé e che le differenze certamente esistono, e non poche.

Stagione 1997-1998 – In piena epopea berlusconiana, un anno prima era successo un fatto particolare: un’annata disastrosa. Finita la prima era Capello (ma non si pensava ce ne sarebbe stata un’altra, breve e deludente), la dirigenza e la proprietà pensarono bene di ingaggiare l’uruguaiano Oscar Tabarez e di inserire un paio di innesti olandesi su una squadra che aveva vinto il campionato. Il risultato fu un cambio in corsa col ritorno di Arrigo Sacchi, l’umiliazione col Rosenborg in coppa, l’1-6 gobbo a San Siro e l’11° posto finale in Serie A – fatto inaudito per un club che dalla prima stagione completa sotto Silvio Berlusconi non era mai sceso più giù del 5° posto e che aveva fatto collezione di scudetti (5 nei 9 anni precedenti), Coppe Campioni/Champions League (3) e altre coppe e supercoppe assortite. Insomma, cose che capitano, e per rimediare si decise di rimettere le cose in sesto alla grande, richiamando Fabio Capello da Madrid (dove aveva vinto la Liga senza impressionare per il gioco) e cercando vari pezzi pregiati sul mercato. Ci fu un completo restyling delle fasce, ad esempio, per il 4-4-2 di rito capelliano: se dietro arrivò il terzino sinistro Christian Ziege dal Bayern Monaco, le ali prescelte furono, a destra, Ibrahim Ba, inizialmente ritenuto veloce ed eclettico, ma in realtà solo simpatico e con parecchi amici tra i parrucchieri, e, a sinistra, Leonardo, che onestamente sì, negli anni si sarebbe rivelato un buon acquisto. Non mancò l’incetta sul mercato delle rivelazioni della stagione precedente: Massimo Taibi nel Piacenza che festeggiava con la macarena aveva contribuito alla salvezza con ottime prestazioni e si era costruito una fama di pararigori, Jimmy Maini era stato protagonista nel Vicenza di Guidolin vincitore della Coppa Italia che a lungo rimase nei primi posti del campionato e seppe togliersi belle soddisfazioni contro Milan, Inter, Juventus e Fiorentina, mentre André Cruz, difensore centrale del Napoli specialista delle punizioni venne soffiato all’Inter in un accordo che portò il neo-ingaggiato Moriero (preso svincolato dalla Roma) a lasciare Milanello per andare proprio in casa nerazzurra alla simbolica cifra di un milione di lire. Non mancò la solita infornata dai Paesi Bassi: il Condor Galliani già rivelava la sua passione per gli svincolati portando a casa dall’Ajax l’arcigno difensore Winston Bogarde e quello che era considerato uno dei nuovi talenti del panorama calcistico europeo e che a 21 anni aveva già un discreto palmarès (due finali di Champions League, di cui una, ahinoi, vinta, più altri vari trofei nazionali e internazionali, tutti coi lancieri di Amsterdam), l’attaccante Patrick Kluivert, preso per creare davanti una coppia esplosiva con George Weah.

Senza coppe europee, e pensando che quella precedente fosse solo una sfortunata parentesi nell’epopea di semi-invincibilità del Milan berlusconiano, il Milan tornava alla carica per tornare padrone d’Italia. Le cose, però, si rivelarono più difficili del solito. A Udine, ad esempio, Bogarde si rese protagonista di un clamoroso assist per l’allora bianconero Oliver Bierhoff sul finale di partita, causando la prima sconfitta stagionale rossonera (che fino ad allora aveva solo ottenuto, però, due pareggi). L’attacco si rivelò abbastanza stitico: solo il leone Weah andò in doppia cifra, mentre Kluivert fu probabilmente uno dei più clamorosi flop della storia rossonera, con sole 6 reti in campionato e – qui vado a memoria – una sola prestazione degna di nota, quella della doppietta a Vicenza con un abbastanza pregevole pallonetto in area a scavalcare a Brivio. Per quel che riguarda il reparto avanzato, neanche le riserve furono di molto aiuto: la prima scelta in panchina era il carneade svedese Andreas Andersson, talmente inefficace da costringere la società a porre rimedio con l’ingaggio nel mercato di riparazione di Ganz e Maniero. Le altre nel frattempo correvano, la squadra era senza gioco e demotivata, e ci ritrovavamo anche a rosicare un poco per le prestazioni di Moriero che, assieme alle magie di Ronaldo e al catenaccio di Simoni, facevano la fortuna dell’Inter. Non aiutavano nemmeno gli infortuni, soprattutto concentrati nel reparto arretrato (che era al primo anno post-Baresi), tanto da arrivare a giocarci uno Juventus-Milan con una difesa horror: se i centrali erano Desailly e Maldini (e fin qui la situazione poteva ritenersi accettabile), i terzini titolari di quella partita avevano il nome di Daino e Cardone. Terminò con una disfatta per 4-1 e le prese in giro dei miei compagni di scuola. Capello rimase al suo posto fino alla fine, ma le umiliazioni non si conclusero al Delle Alpi: la posizione finale in Serie A fu il decimo posto, mentre la finale di Coppa Italia ebbe il sapore della beffa. All’andata vincemmo di una rete a zero con una marcatura al 90′ di Weah che riuscii a vedere appena in tempo di ritorno da una gita scolastica, mentre al ritorno all’Olimpico una Lazio che sì, all’epoca aveva una delle rose più forti d’europa, ma era anche abbastanza rimaneggiata, rimontò la rete di Albertini (segnarono addirittura Gottardi e Nesta!) finendo per vincere la partita per 3-1 e quindi il trofeo. A fine stagione alcuni  nuovi acquisti lasciarono la squadra, tra cui Kluivert, che sarebbe andato a Barcellona senza mai diventare un fenomeno, Galliani si sarebbe reso protagonista di umilianti richieste alla UEFA di una wild card per partecipare alle coppe, e ci saremmo rivolti al miracolo Udinese (3a quell’anno) per risollevare le sorti rossonere.

Stagione 2012/2013 – Si tratta della prima stagione post-smantellamento, opera berlusconian-gallianesca i cui effetti si ripercuotono ancora oggi sui risultati del Milan. Già da qualche anno la società aveva abbandonato la politica dell’incedibilità dei campioni (vedi la cessione di Shevchenko al Chelsea nel 2006), ma aveva comunque saputo mantenere una rosa più o meno competitiva negli anni (tanto da vincere la Champions League nel 2007), pur dovendo affrontare il logoramento dello zoccolo duro dovuto all’età, e non aveva rinunciato ad acquisti di prestigio, come, ad esempio, quelli di Ronaldinho o di Ibrahimovic. L’anno prima la cattiva gestione dell’affaire PatoTevez(-Barbara), il gol fantasma di Muntari contro una Juventus che per settimane aveva impostato una campagna di comunicazione (e di lamentele) che portò a un certo “intimorimento” della terna arbitrale (ma non dimentichiamo un altro gol fantasma, quello di Robinho col Catania) e l’infortunio di Thiago Silva ci avevano tolto lo scudetto che portavamo sul petto e per cui partivamo decisamente favoriti. Massimiliano Allegri era stato comunque confermato sulla panchina rossonera, nonostante iniziasse già a scricchiolare il rapporto con la presidenza. Lunghissimo fu l’elenco di giocatori forti ma ormai logori che lasciarono la maglia rossonera a inizio estate: Nesta, Zambrotta, Inzaghi, Gattuso, Seedorf, Van Bommel. Anche le stelle Ibrahimovic e Thiago Silva partirono (entrambi in direzione Parigi) dopo una sceneggiata mediatica su cui è d’obbligo stendere un velo pietoso. I ricambi non furono all’altezza, e si sapeva, nonostante i proclami societari: Francesco Acerbi venne per prendere il posto di Nesta, ma fu deludente e a gennaio tornò al Chievo da dove era venuto, mentre l’altro difensore preso, Zapata, ce lo portiamo ancora oggi sul groppone, Nigel De Jong si rivelò ottimo macellaio ma un pessimo costruttore di gioco, Montolivo arrrivò svincolato da Firenze, Bojan dal Barcellona e Niang dal Caen furono solo dei funamboli o presunti tali dal contributo ridotto, mentre il peso del tridente offensivo che Allegri voleva impostare fu affidato principalmente a Pazzini, arrivato dall’Inter per Cassano più soldi. La prima metà di stagione fu semplicemente un disastro. Se il girone di Champions League fu superato in maniera anche discretamente agevole (ma gli avversari, Malaga, Anderlecht e Zenit non erano imbattibili), solo a fine novembre, con una vittoria casalinga 1-0 con la Juve grazie a un rigore generoso segnato da Robinho, il Milan riuscì a collocarsi nella parte sinistra della classifica. Ci fu un giocatore che riuscì a tenere a galla la squadra, Stephan El Shaarawy, che a sinistra faceva il bello e il cattivo tempo, segnava, suggeriva e copriva, in una corsa senza fine che lasciava pensare di avere un astro nascente in casa. Altri, invece, delusero, e l’infortunio di De Jong ci lasciò senza quella diga cercata a centrocampo. La panchina di Allegri tremava ma non crollava di fronte a qualche sbuffo privato o pubblico della proprietà, e la situazione sembrava veramente difficile: in una stagione di transizione e di fronte a un’apparente austerity (che in realtà tale non era né sarebbe mai stata negli anni a venire, visto che di fronte al depauperamento della rosa non sarebbero mai corrisposti miglioramenti sostanziali di bilancio), l’incubo di restare senza le coppe (e i loro soldi) e iniziare una lunga traversata nel deserto sembrava iniziare a prendere una forma concreta. Ciò sarebbe puntualmente accaduto, tuttavia, in quel frangente, ci fu un’inattesa rinascita sul finire dell’autunno e l’inizio dell’inverno, pur con una brutta parentesi, quella delle 4 scoppole prese a Roma dai giallorossi di Zeman, solo parzialmente rimontate nel finale di partita.

La prolificità di El Shaarawy iniziò a calare (solo 2 reti nel girono di ritorno, con un campionato concluso a quota 16), ma le sue prestazioni rimasero tendenzialmente di alto livello; assieme a lui, due giocatori che oggi provocano reazioni contrastanti tra i tifosi rossoneri contribuirono a risalire la classifica: Balotelli, ingaggiato a gennaio dal Manchester City (in parte coi soldi ricavati dalla cessione del sempre incerottato Pato, sbolognato fin troppo tardi al Corinthians) e autore di 12 reti in 13 presenze, e Montolivo, autore della sua migliore mezza stagione in rossonero una volta spostato al centro del reparto mediano. Un altro acquisto della sessione invernale fu Kevin Constant, che sarebbe diventato l’Emanuelson 2.0 per il numero di presenze in vari ruoli (trequartista, mezzala, terzino) interpretati tutti allo stesso modo, cioè mediocramente. Fatto sta che la squadra iniziò a macinare punti, incassando una sola sconfitta (allo Juventus Stadium) e guadagnando all’ultima giornata col Siena la qualificazione alla Champions League (tra le proteste degli smemorati tifosi viola, la cui squadra era stata abbastanza avvantaggiata dai pasticci arbitrali nello scontro diretto di Firenze). Allegri salvò la panchina (ma l’anno dopo sarebbe stato esonerato a fine andata dopo un’umiliante sconfitta col Sassuolo, lasciando la squadra in una pessima posizione in classifica), la società si mise incredibilmente in testa che la squadra era forte, mentre quella sarebbe stata l’ultima stagione un filino decente del Milan per parecchio tempo – e siamo ancora in attesa di vederne una.

Conclusioni – Questa stagione ha una somiglianza con le due citate sopra per essere iniziata con uno stravolgimento della rosa, quantitativo e qualitativo. Inoltre, come il Capello-bis, è partita con alte aspettative. Per il momento, come quella, sembra aver imboccato il sentiero delle difficoltà psicologiche, quelle che non ti fanno provare le cose difficili, ti fanno sentire insicuro e scottare la palla tra i piedi. In entrambi gli esempi riportati, all’allenatore è stata concessa fiducia fino a fine campionato: nel primo caso, forse, più per i meriti conquistati sul campo negli anni precedenti, nel secondo, probabilmente, per mancanza di alternative e di volontà di mettere un altro mister a busta paga. Come la seconda stagione, gli avversari europei iniziali sono stati per ora abbastanza facili (ma lì fummo sbattuti fuori, poi, dal Barcellona, nonostante un 2-0 all’andata a San Siro – e il palo di Niang è stato un nostro rammarico, quell’anno). Come proseguirà questa, ancora non lo sappiamo – ci auguriamo come si concluse il terzo anno di Allegri, ovviamente. Se Montella proseguirà sulla panchina del Milan come i suoi due per ora più illustri predecessori (la bacheca dell’aeroplanino è al momento abbastanza povera, se confrontata con quella degli altri due), lo sapremo domani, poiché una sconfitta a Reggio Emilia col Sassuolo potrà essergli fatale, così come uno scialbo pareggio. Una cosa che non è azzardatissimo dire, però, è che forse dalle esperienze passate la nuova dirigenza rossonera avrebbe potuto, magari, trarre qualche insegnamento – ma voglio essere fiducioso, ritenere che non sia troppo tardi e sostenere la squadra, perché il momento è difficile per tutti e non mi piace che già a inizio novembre ci si ritrovi a pensare di dover buttare via il bambino con l’acqua sporca.

IL PROGRAMMA DELLA 12a GIORNATA

Sabato 4 novembre 2017
– ore 18:00: Bologna-Crotone
– ore 20:45: Genoa-Sampdoria

Domenica 5 novembre 2017
– ore 12:30: Inter-Torino
– ore 15:00: Cagliari-Verona
– ore 15:00: Chievo-Napoli
– ore 15:00: Fiorentina-Roma
– ore 15:00: Juventus-Benevento
– ore 15:00: Lazio-Udinese
– ore 18:00: Atalanta-SPAL
– ore 20:45: Sassuolo-Milan