L’allenatore sbaglia per definizione. Tale affermazione equivale ad un sostanziale dato di fatto. Se schiera Tizio perché lo ha schierato. Se sostituisce Caio perché lo sostituisce, doveva uscire Sempronio. Se esclude Pinco, doveva escludere Pallino. Se gioca con il 4-3-3, era meglio il 4-4-2. Se ordina di attaccare, bisognava difendersi. Se la squadra perde, doveva vincere. Se la squadra vince, si poteva giocare meglio.
 
A tutti i livelli, anche nell’élite dei milionari, il mestiere dell’allenatore è segnato dalla più alta percentuale di errore e insoddisfazione esistente nel mondo del lavoro. Se uno ci pensa è un fatto paradossale. L’incidenza di un allenatore sui risultati di una squadra concretamente non è mai superiore al 20-30%. Troppe sono le variabili in gioco, poche quelle che effettivamente comanda un allenatore.
 
Per quanti non lo sapessero, io alleno. Alleno per diletto e per passione. Problemi ad un ginocchio hanno interrotto anzitempo la mia “carriera” e dopo un po’ di gavetta, sono passato ad allenare la squadra “primavera” della mia società. Alleno ragazzi tra 17 e i 21 anni. Ragazzi che giocano solo per divertimento, che non guadagnano una lira e che hanno come massima ambizione giocare in Prima e/o Seconda Categoria. Se, invece, gli andrà benissimo in Promozione.
 
La mia è una squadra oggettivamente di medio livello, con buone individualità e molti giocatori modesti. Una squadra però arcigna e competitiva. Pur non avendo le potenzialità per vincere il campionato, siamo quinti (classifica corta!) avendo vinto 2 partite, pareggiate 4 e persa una. Nessuno ha grandi aspettative, si tratta solo di preparare questi ragazzi al salto di categoria (se di salto si può parlare!?!) e di farli rendere il meglio possibile. I risultati sono egregi, eppure dirigenti e genitori (i cosiddetti tifosi) riescono ad essere insoddisfatti sempre e comunque.
 
Il problema è che chi è fuori da uno spogliatoio, fuori dal campo di allenamento, non potrà MAI in nessun modo capire le dinamiche e la gestione di una squadra. Io subisco critiche a priori per scelte che non potrebbero essere diverse o per scelte che divengono comprensibili solo se vivi quotidianamente la squadra.
 
Ho un terzino molto bravo, veloce e tecnico. Dato il suo valore, tutti vorrebbero che giocasse più avanti, ala o esterno alto. Impossibile. Lui non vuole e se lo faccio giocare più avanti il suo rendimento cala del 60%. Ha bisogno di campo (60-70 m.) per fare la differenza. Provi a spiegarlo a chi ti segue, niente da fare. Solo preconcetti.
 
Il capitano gioca trequartista (per la cronaca io prediligo il 4-2-3-1 o il 4-3-1-2). E’ un giocatore strano, molto tecnico, ma spesso fuori partita o sottoritmo. Eppure gioca sempre e spesso 90 minuti. A molti non piace, a me non interessa. Mi garantisce equilibrio e una o due giocate decisive a partita. Troppo poche forse, ma a me basta così.
 
Gioco con un esterno offensivo basso e veloce, ma un disastro con i piedi. In pochi lo stimano, è oggettivamente mediocre, eppure per me è imprescindibile. Per il calcio che gioca la mia squadra è l’uomo giusto. Rapido, s’inserisce, non ha paura di nulla, copre e si sbatte. Sbaglia molto, ma quando ci prende siamo pericolosissimi.
 
Ho un ragazzo piuttosto bravo, gode del favore di molti. Non mio. Si allena poco (anche per colpe non sue), un po’ supponente e pensa di essere sempre decisivo. Morale, gioca di meno. Non esistono solo le regole del campo, esistono anche quelle dello spogliatoio.
 
Non sono esente da errori, ma per capire molte scelte bisogna vivere il calcio e la squadra dentro. Giudicare dalla poltrona è facile, ma non sempre ci si azzecca.
 
Difendevo Leonardo e difendo Allegri, per la stessa ragione per cui se fossi interista ora come ora difenderei Benitez. Non ho preconcetti. Ciò che non mi piace lo dico e lo contesto, ma con la consapevolezza che nulla è scelto per caso e diversi sono i fattori che indirizzano una scelta.