Sono stato invitato ad una festa ad Arcore, non chiedetemi chi abbia spedito l’invito e in che modo. Comunque accetto e vado. Arrivo, mi piazzo davanti ad un enorme portone in oro massiccio con l’intenzione di bussare ma non ne ho il tempo: il portone si spalanca da solo. Entro in un salone abbondantemente illuminato, suppongo si tratti di quello buono, come si suol dire per le ben più modeste dimore di noi gente comune. Vedo che c’è un sacco di gente ben vestita. Ci sono sette o otto fighe in bikini e tacchi a spillo. Sono tutte pressoché identiche, sembrano gemelle, hanno volti inespressivi, occhi vacui e labbra che sembrano pneumatici. Seduti su uno spazioso divano ci sono anche alcuni famosi calciatori, i quali non degnano le fighe di uno sguardo preferendo leggere in religioso silenzio testi del Leopardi, con l’intenzione di discuterne assieme successivamente.

C’è pure Mino Raiola, che con una mano si estrae le mutande incastratesi fra le chiappe e con l’altra si scaccola per poi appiccicare il materiale sotto un tavolino di marmo che ha l’aria di costare un patrimonio. Afferro un calice che un cameriere somigliante in modo incredibile a Belpietro mi porge e tento di attaccare bottone con una delle fighe dalle labbra a pneumatico. “Fila, sei troppo vecchio per me.” mi biascica. Poi passa lui, Silvietto,  che c’ha trent’anni più di me, il quale  balza  su uno sgabello cacciandole  mezzo metro di lingua in bocca senza che lei s’incazzi per l’età.

Silvietto, estratta la lingua dalla tipa, dall’alto dello sgabello scorge Adrianone che tenta di ficcarsi delle tartine in tasca, ma non se ne cura; piuttosto lo cazzia perché l’acquisto elettorale non è stato ancora realizzato e il tempo stringe. Adrianone, dal canto suo, risponde che la fiscalità cingalese non permette determinate operazioni (proprio cingalese dice, giuro) ma che al 99,99 per cento qualcosa si farà sennò siamo a posto così. Poi fa spallucce e riprende a riempirsi le tasche di cibo.

Continuo a gironzolare con il calice ormai vuoto in mano. Un solerte cameriere, che somiglia incredibilmente ad Emilio Fede, accorre e si affretta a riempirmelo. In un angolo vedo Allegri che, armato di scopone, passa lo straccio sul pavimento. Silvietto, imprecando ad alta voce affinché lo si senta meglio, racconta ad alcuni ospiti a me sconosciuti che Acciuga ha rovesciato una tazza di tè e che quell’incapace neanche una tazza di tè riesce a tenere in mano. Da non so dove si solleva un coro: “Sì sì Presidente, slap slap, è incapace! è incapace! per fortuna che Silvio c’èèèèèè!!!”  Ma il maggiordomo, che somiglia in modo incredibile a Bruno Vespa, scuotendo il capo si lascia sfuggire che a rovesciare la tazza era stato lui (d’altra parte il colpevole è sempre il maggiordomo), ma che Silvio ha insistito per incolpare Allegri affermando che il livornese è ben pagato proprio per ricoprire quel ruolo lì.

Mi imbatto in Braida, che è acconciato e vestito in modo inappuntabile come suo solito. Inizio a dire qualcosa ma immediatamente mi rendo conto che sto tentando di conversare con una statua di cera. O un manichino. O con il vero Braida, però impagliato (il che spiegherebbe come mai manca da secoli un acquisto targato lui). Mi allontano.

Poco dopo butto l’occhio dietro un divano e sorprendo Balotelli che tenta invano di trombarsi una delle tante statue presenti nella sala. Non quella di Braida, un’altra per fortuna, raffigurante una donna. “Che fai, non vedi che è una statua?” “E allora? Basta che respiri!””Ma non respira cazzo, è una statua!” Mi guarda in modo strano, con un occhio semichiuso, uno spalancato e la bocca semiaperta. Lascio perdere: “Insomma, fa’ quel che ti pare, sempre che tu riesca a trovare il buco; piuttosto: vieni da noi o no? Dimmelo, così domani appena mi sveglio ci scrivo un post e il Camisa e il suo insider del cazzo rosicano per un anno.” “Non so niente, chiedi a Mino” borbotta, e si rimette a cercare il buco.

Cerco Raiola, non lo trovo. In compenso trovo Silvietto che conversa amabilmente con un tizio basso, tarchiato, pelato, dal mento volitivo e dal marcato accento romagnolo. Origlio. “Stai tranquillo, qualcosa hai sbagliato, ma hai fatto anche tante buone cose” sento che gli dice Silvietto.

Alché mi sveglio di soprassalto, inorridito.