Il 4-4-2 è stato un modulo che per lungo tempo (negli anni ’90 fino ai primi anni 2000) è risultato tra i più utilizzati e “alla moda” nel panorama calcistico italiano ed europeo, tanto da portare alcuni dei suoi alfieri a una rigidità tale da anteporre le necessità della disposizione in campo alle caratteristiche tecniche individuali.

Beppe Signori, tanto per fare l’esempio tra i più famosi, si ritrovò a fare l’ala sinistra nell’Italia di Arrigo Sacchi a Usa ’94 pur essendo il capocannoniere della Serie A da due stagioni consecutive. Gianfranco Zola, un giocatore pieno di talento e di fantasia, ma non propriamente un giocatore di fascia, non solo fu l’uomo che insidiò il posto in campo di Signori in quel torneo, ma fu anche una delle vittime di uno degli allievi di Sacchi, cioè di Carlo Ancelotti che, a inizio carriera, voleva che le sue squadre interpretassero rigidamente lo schema. Fu così, quindi, che nel Parma ancelottiano Zola non trovò posto (tanto da andare di lì a poco a giocare con successo in Premier League, guadagnandosi l’appellativo di Magic Box) e l’ingaggio di Roberto Baggio fu bloccato dal veto dell’allenatore (il divin Codino trovò posto in un’altra squadra emiliana, il Bologna, dove disputò una delle migliori stagioni della sua carriera).

In quel periodo ci furono, ovviamente, variazioni sul tema: Fabio Capello, che con Milan e Real Madrid mieté numerosi successi col 4-4-2, portò la Roma a vincere quello che per ora rimane l’ultimo scudetto della sua storia con una difesa a tre e con un seconda punta, Marco Delvecchio, impegnata in numerosi compiti di copertura; Marcello Lippi (alla Juventus) e Zdenek Zeman (al Foggia e nelle squadre della capitale), tanto per rimanere in Serie A, rimasero fedeli a moduli con un tridente offensivo; in provincia un certo tipo di calcio pane e salame ancora prevaleva, e allenatori di vecchia scuola come Gigi Simoni (all’Inter) o Cesare Maldini (in nazionale) si ritrovarono a rispolverare ruoli come quello del libero da utilizzare in difesa.

Insomma, non perdiamoci le sfumature: in quegli anni sbocciarono dei magnifici numeri dieci, basti pensare a Zinedine Zidane, Manuel Rui Costa, o Francesco Totti (quest’ultimo a fine carriera si reinventò o venne reinventato prolifica punta, va precisato). Allo stesso modo non va dimenticato che oggi, in un calcio pieno di mezzali, tornanti, seconde punte e giocatori versatili, c’è chi fa del modulo portato al successo mondiale da Sacchi un punto di forza (ad esempio, Diego Simeone nell’Atletico Madrid).

Certo, però, è che quel 4-4-2 ha segnato un’era e ha avuto un seguito diffuso nel mondo del professionismo tanto da dare il nome a una delle pubblicazioni calcistiche di maggior successo, la rivista britannica Four Four Two (nata, guarda caso, nel 1994). Si tratta di un sistema che, in fondo, garantisce compattezza e copertura, pur restando aperto a interpretazioni diverse (basti pensare a Capello che arretrò il baricentro del Milan che aveva ereditato dal più offensivista Sacchi). Insomma, è un modulo che, quando adottato, lancia anche un messaggio: ripartiamo dalle basi, dai fondamentali, e da questi costruiamo. Ecco perché vedo con favore una formazione rossonera schierata tra pochissime ore in campo a Cagliari proprio col 4-4-2, che però richiede anche interpreti giusti. Tanto per fare un esempio, quel Calhanoglu lì, che tutti i principali siti di informazione sportiva mettono sulla fascia sinistra, mi lascia molto perplesso – e ora che sto chiudendo il post, tra l’altro, mi rendo conto che con quest’ultimo nome ho rovinato terribilmente l’elenco di grandi protagonisti del calcio moderno che tra queste righe ho avuto modo di citare.

IL PROGRAMMA DELLA 19a GIORNATA

Sabato 11 gennaio 2020
ore 15:00 – Cagliari-Milan
ore 18:00 – Lazio-Napoli
ore 20:45 – Inter-Atalanta

Domenica 12 gennaio 2020
ore 12:30 – Udinese-Sassuolo
ore 15:00 – Fiorentina-SPAL
ore 15:00 – Sampdoria-Brescia
ore 15:00 – Torino-Bologna
ore 18:00 – Verona-Genoa
ore 20:45 – Roma-Juventus

Lunedì 13 gennaio 2020
ore 20:45 – Parma-Lecce