Ammiratelo in questa foto d'epoca, l'Adrianone nostro. Un gran figo, niente da dire. E sempre in compagnia di belle donne, come ben sanno soprattutto a Forte Dei Marmi.

Ieri l'AD rossonero, al quale il primo posto pare abbia donato nuova linfa (io per la verità è dall'inizio della stagione che lo vedo in forma smagliante), ha rilasciato importanti dichiarazioni. Su un giocatore importante, uno che non più di tre mesi or sono era stato definito dal proprietario "il calciatore più forte di tutti i tempi."

E' bene non dimenticarsi mai di quell'azzardata investitura, specie quando si parla a sproposito di un Allegri senza palle, succube di Tizio e Caio. Ma non è di Allegri che volevo parlare, ne avremo  l'occasione al prossimo pareggio, quando quelli più evoluti fra noi, i veri milanisti, chiederanno  nuovamente la sua testa. Volevo invece parlare dell'oggetto delle seguenti dichiarazioni di Adrianone nostro, cioè Dinho.

"Il rinnovo? Se ne parla in primavera. Potrebbe andarsene? Correrò il rischio di perderlo…"

Questa frase, aggiunta ad un'altra pronunciata poco tempo fa riguardante un "Milan che non è un parco di divertimenti", lascia pensare che i propositi sbandierati da Dinho, ossia quelli di restare al Milan per i prossimi anni, non coincidano con quelli della società.

Personalmente sono stato sempre piuttosto freddo nei confronti di Dinho. All'epoca del suo ingaggio, lo ritenni un acquisto sbagliato in quel contesto. Per varie ragioni, la più importante la solita: allora, come adesso, occorreva rinforzare altri reparti. Tuttavia ammisi che, in mancanza di volontà di ricostruire la squadra con un pò di criterio, Dinho era molto meglio di niente. La classica ciliegina sulla torta insomma, anche se il problema era che mancava la torta.

In tre anni, il Dentone è andato così così: durante il primo, con Carletto, finì in panca per qualche tempo, suppongo per le stesse ragioni per cui c'è finito ora: scarsa propensione al sacrificio senza palla (e forse anche in allenamento, ma questo non m'è dato saperlo con certezza).

Con Leonardo Dinho resuscitò (in parte, quello del Barca era tutt'altra roba), ma lo stesso tecnico lasciò intendere di aver prodotto notevoli sforzi per convincerlo a comportarsi da vero professionista. E già qui voglio dire, se uno che guadagna così tanto deve essere anche convinto a svolgere il proprio lavoro seriamente, c'è qualcosa che non va. Comunque Leo riuscì a far rendere il connazionale ad alto livello (gol, assist), il che regalò un buon terzo posto alla squadra.

Inutile ricordare il trattamento riservatogli dal pavido Acciuga, è storia recentissima. Le parole di Adrianone fanno pensare. Dovesse andarsene di Dinho mi mancheranno alcune cose, tipo i tocchi felpati, gli assist perfetti  (nell'anno di Leo) ed i dribbling incredibili, purtroppo spesso fini a se stessi.

Il resto, soprattutto quella dannata staticità in quella cazzo di mattonella sinistra, mi mancherà molto, molto meno.